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venerdì 18 novembre 2016

Mercoledì cinema, giovedì recensione. Io, Daniel Blake


La locandina del film
L’altro ieri sera il circolino del mercoledìcinema ha scelto l’ultimo film di Ken Loach: Io, Daniel Blake.

Il film era proiettato nella splendida sala cinquanta del cinema Anteo a Milano, tra l’altro. Devo dire che pur amando i multisala con i loro impianti audio roboanti e le poltrone giganti, questa piccola sala con i divanetti esercita un certo fascino su di me. Se vi capita, andateci a vedere qualcosa, qualsiasi cosa (al massimo dormirete comodi).
Sono entrato in sala senza aver visto il trailer del film (cosa per me piuttosto rara) ma solo con il racconto di alcune persone che l’avevano visto: mi aspettavo, in buona sostanza, un bel film di denuncia ma fondamentalmente con la caratteristica di essere tristissimo.

Com’è andata?

È andata che le aspettative distorcono la visione, esattamente come uno spoiler. Se però lo spoiler ti dà la certezza di perderti un finale a sorpresa, il colpo di scena che ribalta tutto quello che hai appena visto o di sapere quale dei personaggi principali è destinato a morire, le aspettative di una certa emozione – in questo caso aspettarsi di essere tristi – mi hanno fatto esclamare a fine film: sì, triste, eh. Ma niente di paragonabile a [inserire film veramente triste come Alabama Monroe e simili].

Vabbè, seghe mentali a parte, com’è il film?

Bello come i film neorealisti sapevano essere.

Ken Loach segue le disavventure kafkiane di Daniel Blake, carpentiere costretto a stare a casa dopo un infarto. L’epopea del lavoratore si snoda nei meandri della burocrazia inglese e arriva a raccontare scorci di povertà e dignità che potremmo tranquillamente trovare dietro l’angolo di casa.

Il film non ha una colonna sonora né particolari finezze cinematografiche: per tutta la durata del film ci limitiamo a seguire Blake e a vedere come i diritti negatigli scavano il suo volto e distruggono la sua vita.

Il regista ancora una volta si propone come il cantore degli ultimi, prendendo una storia di quotidiano dolore (tragica, eh, ma normalissima) e facendola diventare – attraverso il linguaggio cinematografico – una denuncia della burocrazia, del “sistema “ e di tutti quegli ingranaggi che schiacciano l’umanità e l’empatia.

Il film non offre alcun appiglio alla speranza, nemmeno quando – per un fugace istante – ci concede di immaginare un futuro fatto di persone schiacciate dal sistema che si uniscono sotto il nome di Daniel Blake: tutto rimane, appunto, solo nell’immaginazione dello 
spettatore, mentre il regista lascia scivolare via quell’istante senza tornarci sopra.

Io a questo punto ho sperato nella rivoluzione
Vale la pena di vederlo? Se vi piace Ken Loach, se volete ricordarvi ancora una volta quanto è sottile il confine tra benessere e disagio (non solo economico) e se volete vedere un film che vi faccia riflettere su quanto vi circonda, allora sì.

Altrimenti trovate un’altra scusa per sedervi sui divanetti della sala cinquanta.

sabato 19 marzo 2016

Mercoledì cinema, giovedì recensione (in ritardo). Ave, Cesare!

Una locandina che è già un programma.

L'espressione la magia del cinema è uno dei grandi inganni della storia dell'intrattenimento.
È un inganno perché il cinema non è magia: dietro ogni produzione ci sono operatori, elettricisti, scenografi, costumisti, truccatori e ogni genere di tecnici che permettono al regista di confezionare un prodotto (buono o cattivo che sia).
Contemporaneamente, non è un inganno perché quando lo spettatore entra in sala non si rende conto del fondale dipinto a mano che fa da sfondo alla scena dell'inseguimento a cavallo. Lo spettatore vede il Grand Canyon in tutta la sua magnificenza.

Sul binomio inganno/realtà lavorano, ancora una volta, i fratelli Coen, ambientando il loro film agli albori della storia della macchina meravigliosa di Holywood, quando ancora i divi non avevano i cellulari da farsi leakare.

L'umorismo surreale, marchio di fabbrica di alcuni dei più bei film del duo di fratelli del Minnesota, è riproposto in Ave, Cesare! in tutto il suo splendore. L'aspetto che io trovo più interessante di questo genere di umorismo è che ci sono scene in cui ti ritrovi a ridere da solo o momenti in cui senti qualcuno ridacchiare senza sapere assolutamente il perché. 

Il cast è ai massimi livelli, dai protagonisti fino ai camei di pochi minuti: George Clooney con l'acconciatura di una statua romana, Josh Brolin l'imbolsito sognatore, Ralph Fiennes regista maniacale, Tilda Swinton, Jonah Hill, Scarlett Johansson, Frances McDormand, Dolph Lundgren, Christopher Lambert (uscito direttamente dal congelatore, probabilmente), Channing Tatum e chi più ne ha più ne metta. 
Tra l'altro Tatum deve avere un agente della madonna. Vabbè che è bravo ma da qua a vederlo in quasi tutte le grandi produzioni in uscita ne passa, eh. 

Il film, con la scusa di essere ambientato nei grandi studios hollywoodiani, fa delle escursioni regolari in quasi tutti i generi cinematografici: c'è la chicca noir con sigaretta, pioggia e voce roca fuori campo, il western con l'attore che non sa fare altro che stare a cavallo, il giallo, il musical - una delle scene più divertenti del film - la commedia, perfino il dramma familiare. 
Forse il senso del film è proprio questo: un omaggio a tutto tondo al mondo del cinema, dal tecnico più anonimo fino al divo più capriccioso, passando per i giornalisti e i fixer degli studios.
Inoltre, vedere con quanta maestria i fratelli Coen riescono a maneggiare tutto questo materiale, in termini di generi e di attori, è una gioia per gli occhi.

Alcune scene che vorrei rivedere subito (nessuno spoiler, tranquilli):
  • Gli sceneggiatori comunisti e il loro attacco al potere capitalistico delle case di produzione
  • Il balletto dei marinai gay
  • Il confronto tra il pastore protestante, il rabbino, il prete cattolico e il pope ortodosso sulla figura di Cristo in un film
Come fai a dare un voto basso a un lavoro del genere? 8 e 1/2, meritatissimo.

giovedì 10 marzo 2016

Mercoledì cinema, giovedì vi racconto come ho conosciuto il personaggio. Deadpool

Un serissimo supereroe

Negli ultimi mesi si è parlato tantissimo di Deadpool: un personaggio nato per essere un cattivo che, nel giro di venti anni, è finito a fare l’idolo dei nerd.

Personalmente l’ho scoperto seguendo la saga Marvel Zombie, a un certo punto della quale è spuntato anche lui, il mercenario chiacchierone, sotto forma di una testa zombie che – appunto – non la smetteva mai di blaterare.

Inutile dirvi quanto mi sia piaciuto il suo umorismo, le vocine nel cervello sotto forma di balloon di colore e forma diversi, il suo bucare la quarta parete, la saga Deadpool uccide… vabbè, avete capito.

Aggiungo pure che, esattamente com’è stato per Il signore degli anelli, Le cronache del ghiaccio e del fuoco, la barba incolta ecc. sono stato spiazzato dall’essere circondato, di punto in bianco, da espertoni in materia, avidi collezionisti di cimeli e preparatissimi fan.
Questo ha provocato in me due reazioni: fastidio per il tran-tran collettivo e isterico (in questi casi vorrei girare con un cartello che reciti “Io lo sapevo da prima”)  ed esaltazione per tutto l’ambaradan che viene prodotto in queste occasioni (film? Sììììì! Ancora più fumetti? Sììììì! Gadget della minchia? Sììììì!)

Tornando seri, ieri sera sono stato finalmente al cinema a vedere Deadpool.

Mi è piaciuto? Sììììì!

Ecco i miei perché sì e perché no.

Sì:
I titoli di testa che prendono in giro tutta la macchina cinematografica di Hollywood e quelli di coda, esilaranti.
La scena della manina.
Le prese per il culo a ogni film della Marvel uscito finora.
La scena d’apertura, che in 30 secondi ti ha già fatto capire il tono del film.
Tutte le citazioni più o meno nascoste e in particolare quella di Ferris Bueller (di cui abbiamo già parlato qua).
Colosso il buonista.
Deadpool che prova a mazzolare Colosso, facendo la fine del T-rex.
Morena Baccarin.

No:
Se proprio vogliamo trovare un difetto al film, se proprio vogliamo fare gli schizzinosi… in effetti racconta una storia sempliciotta: la nascita di un supereroe a causa di un cattivo – piuttosto piatto – e la relativa vendetta. 
Ma, ehi, non sono proprio le storie semplici quelle più efficaci?

Voto: dovrei dargli appena un 7 ma il fan che è in me preme per un 8 e l’ardente speranza di un sequel.


giovedì 3 marzo 2016

Mercoledì cinema, giovedì recensione. Lo chiamavano Jeeg Robot

La stupenda locandina del film 

Da grandi poteri derivano grandi responsabilità.
Questo assunto è stato (ed è, tutt'ora) alla base di tutta l'epica - e l'etica - dei supereroi (compreso quel capolavoro di Watchmen, anche se in maniera distorta).
Lo chiamavano Jeeg Robot non si sottrae a questa logica, anzi ci sguazza in pieno.

Se avete letto almeno un fumetto o visto un film a tema supereroistico sarete a conoscenza degli stilemi del genere: lo sfigato/emarginato che per un incidente acquisisce dei superpoteri, la consapevolezza della propria forza, l'uso personale delle abilità, la redenzione a causa di un avvenimento traumatico, il cattivo completamente folle che ti spiega il suo piano, ecc. 
Il film di Mainetti segue tutto l'iter, anche in senso lineare (a differenza di Deadpool, di cui parleremo a breve, che parte nel mezzo dell'azione e torna indietro con un paio di ottimi flashback).

E quindi dove sta la differenza rispetto a tutto il resto che abbiamo visto finora?

Personalmente l'ho trovata in due aspetti: l'ambientazione e la crudezza della realtà. 
Vi spiego.
Ambientazione: il film medio di supereroi è ambientato in America, lo sappiamo tutti. Gli alieni atterrano sulla Casa Bianca, i supercattivi si palesano in piena New York, il Baxter Building svetta nello skyline della grande mela e così via. Lo chiamavano Jeeg Robot è ambientato tra Tor Bella Monaca, un quartiere periferico di Roma e il centro città. Vedere le scene d'azione allo stadio Olimpico ha aggiunto un tocco di vicinanza e di aderenza alla realtà che ha fatto breccia nel mio cuoricione di nerd. È stato quasi come veder volteggiare l'Uomo Ragno dalle guglie del Duomo... una lacrimuccia sarebbe scesa a chiunque.

La scelta dell'ambientazione si porta dietro tutta una serie di ulteriori scelte, necessarie per la credibilità della storia. Tra cui, il secondo aspetto di cui vi accennavo prima: realtà vera.
Dimenticatevi i criminali patinati dei fumetti di supereroi, la pietà in Lo chiamavano Jeeg Robot non è ammessa. Nelle due ore scarse vediamo criminali di mezza tacca, corrieri che devono cagare gli ovuli, mafia, batterie pronte a rapinare i furgoni portavalori, case sgarrupate, sparatorie, esecuzioni, sporcizia e degrado, ossia tutto quello che leggiamo, sentiamo e vediamo ogni giorno nelle città italiane. Non ci viene risparmiato niente ma soprattutto lui, Hiroshi Shiba (alias di Claudio Santamaria) è figlio di questa realtà: è un disagiato che mangia solo yogurt, guarda solo porno e detesta la ggente perché nessuno ha mai fatto niente per lui. 
E ci credo che ti metti a rapinare bancomat appena scopri di avere una forza sovrumana.


Per chiudere, solito mini elenco dei perché sì e perché no.
Sì:
Le interpretazioni dei tre protagonisti: Claudio Santamaria più massiccio di come me lo ricordavo e perfettamente calato nella parte del supereroe-suo-malgrado, Luca Marinelli, eccezionale nella parte del cattivo crudele e a tratti folle (in alcuni momenti mi ha ricordato Joker) e Ilenia Pastorelli, una credibile ragazza fragile e dal passato tormentato (ho appena scoperto che arriva dal Grande Fratello... quindi qualcosa di buono ancora lo produciamo attraverso la tv?)

La passione per la musica italiana de Lo Zingaro e le cantate che si fa in macchina coi suoi sgherri.

La colonna sonora, in particolare la sigla di Jeeg Robot riarrangiata da Michele Braga e Gabriele Mainetti e cantata da Claudio Santamaria.

Pelle d'oca, eh?


No:
E niente, mi verranno in mente in un secondo momento.

Ultimo appunto: nel film c'è anche Salvatore Esposito, diventato famoso per la parte di Genny Savastano nella serie Gomorra. Peccato che pure qua gli facciano fare la parte del camorrista (per carità, bravissimo, eh!)... evitiamo l'effetto Tony Sperandeo, vi prego.

Che sennò mi girano i cugghiuni!

domenica 8 novembre 2015

In attesa di Spectre, Skyfall.

James Bond

E così, sono arrivato alla fine del cerchio. Manca solo Spectre e poi il grande affresco di James Bond sarà completo. 
Daniel Craig insieme Martin Campbell (Casino Royale), Marc Forster (Quantum of Solace) e un tale Sam Mendes (Skyfall e Spectre) hanno tratteggiato l’ultima parabola della spia più famosa del Regno Unito (e del mondo, mi sa!).

La storia di 007, così come è stata interpretata da Daniel Craig, è stata, a tutti gli effetti, appunto una parabola. Questo concetto, però, me lo tengo buono fino alla visione di Spectre, ché non voglio andare fuori tema.

Oggi si parla di Skyfall. Spoiler alert, sia chiaro.

Il film ha una caratteristica fondamentale, su cui si basano molte scelte legate alla storia: è contemporaneamente di rottura e di conferma rispetto alla continuity della saga.

La rottura si manifesta nell'antagonista di Bond: non si parla più di questa fantomatica organizzazione presente ovunque ma di un solo uomo, mosso da interessi personali (la vendetta) invece che dalla sete di potere. Quest’uomo, Raoul Silva, è interpretato da Javier Bardem, sempre più a suo agio nella parte dello psicopatico con una morale distorta.
Una personcina equilibrata
La conferma, invece, è facile trovarla negli aspetti fondanti la saga.

M finalmente si fida di Bond: nonostante all'occorrenza lo sacrifichi per un bene superiore, durante il film gli affida missioni delicatissime (recuperare la lista di tutti gli agenti Nato infiltrati nelle organizzazioni terroristiche), lo reintegra in servizio anche quando l’agente non ha superato i test e – attenzione, attenzione! – prima gli rende conto di alcune sue scelte passate e poi mette la sua vita nelle mani di lui. 
Più fiducia di così, si muore (letteralmente!)

Le bond girl di turno fanno esattamente quello che ci si aspetta da loro: Eve Moneypenny (anche lei agente dell’MI6) lo accompagna in missione, gli lancia la pistola e gli porta i messaggi. Severine si fa sedurre in due minuti e muore poco dopo, risultando utile solo per raggiungere Silva (oltre che per il piacere di 007, non ce lo dimentichiamo!)

Cosa ho scoperto di nuovo e quali sono le chicche di Skyfall?

Il tormentato rapporto con l’autorità non è appannaggio esclusivo di Bond, anche M né è affetta. Sarà una competenza fondamentale per lavorare nell’MI6, evidentemente.

La primissima scena è una strizzatina d’occhio ai fan di Bond: Craig entra in scena nella classica posa all'interno del mirino e la musica accenna – per un secondo scarso – il tema dei film. È un po’ come se il regista avesse voluto aprire il sipario, con questa chicca.

James Bond
Alla voce: entrate in scena da manuale
James Bond non è immortale né infaticabile: in Skyfall lo vediamo più volte ferito, con le occhiaie, spezzato e dolorante. Tra Quantum of Solace e Skyfall, l’agente segreto salta a piè pari il momento della maturità, passando direttamente da essere l’agente ancora da testare a essere quello ormai navigato, di cui ci si può fidare ma che non ha più voglia di combattere. 
Per carità, Bond si rialza sempre – lo sappiamo tutti – ma vederlo logorato aggiunge un tocco di tensione che male non fa, anzi.

Finalmente compare il reparto Q, quello dei gadget: il confronto tra vecchio e nuovo modo di fare la spia, tra chi mena le mani e chi le usa per battere sulla tastiera del pc (tema che ripercorre l’interno film) esplode col viso pulito e le espressioni spaurite di Ben Wishaw.

La sigla stavolta si supera, sia per il comparto grafico che musicale: Adele canta Skyfall con voce sexy e potente, accompagnando un Bond che tutti crediamo morente benché siano passati appena dieci minuti dall’inizio del film.

Nonostante tutto questo, Skyfall è il più in basso nella lista dei tre e si becca solo un 6 e ½.
Segretamente spero che Spectre arrivi almeno a 8.

Ultima cosa: qualcuno spieghi agli eroi dei film che quando un cattivo si fa catturare facilmente, ha sempre un diabolico e precisissimo piano di riserva. O no, Batman?

venerdì 6 novembre 2015

Mercoledì cinema, giovedì recensione (in ritardo). The walk


Quando è il mio turno di scegliere il film sono sempre elettrizzato: passo dalla voglia di scegliere quell’horror particolare perché non posso non dargli una possibilità alla sottile goduria di portare gli amici cinefili a vedere proprio quel film supernerd che non piacerà a nessuno se non a me. 
Pillole di rivalsa sui film francesi, insomma.

I film che ho scelto finora non mi hanno mai deluso, al massimo hanno fatto annoiare gli altri componenti del circolino ma… mia la serata, mio il film. 
E se non vi sta bene, me ne vado col pallone. Questa è la regola su cui si fonda il circolino.

Mercoledì sera ho scelto The Walk, forte del nome di Robert Zemeckis e di una storia (vera) solida alle spalle.
La delusione è arrivata come un treno, stordendomi sulla poltrona.

Il personaggio di Philippe Petit non riscuote né simpatia né antipatia. È piatto e regolare come il suo orrendo taglio di capelli.

Per gli effetti speciali avranno speso 10 euro in tutto. Ho visto filmati su youtube girati meglio, ma di molto.

La storia è solida di suo ma Zemeckis è stato capace di renderla noiosa e per niente epica (questo tizio ha attraversato le torri gemelle su un cavo d’acciaio! Se non è epica questa impresa, ditemi voi cosa lo è)

Le musiche di Alan Silvestri (grande compositore di colonne sonore, tra cui quelle per la trilogia di Ritorno al futuro, Cast Away e Forrest Gump) sono loffie. E giuro che mi sono sforzato di trovare un termine più adatto.

L’unica scena degna di nota, per me che soffro di vertigini, è quella in cui uno degli assistenti di Petit – con il sacro terrore delle altezze – viene costretto dagli eventi a scavalcare il parapetto della torre nord (417 metri d’altezza, mica pizza e fichi) e tendere il cavo per il funambolo.

Roba che io avrei fatto questa faccia qua

e me ne sarei andato a bere una cosa.

Voto? 5 ½ ma solo perché sei Zemeckis e so che sei bravo.

martedì 3 novembre 2015

In attesa di Spectre, Quantum of Solace

Il poster del film

Vedere in sequenza ravvicinata una serie di film collegati tra loro fornisce spunti molto interessanti: ci si può soffermare sulla macrostoria (la continuity che io amo tanto) e vengono a galla più facilmente tutti i rimandi che gli autori – e i registi – fanno nel corso delle storie.

Chiunque di voi è stato un amante della trilogia del Signore degli anelli conosce molto bene la differenza tra aspettare un anno tra un film e l’altro e vederli in sequenza (tra l’altro, è una delle maratone cinematografiche più belle che possiate fare, se amate il genere e non vi manca il tempo).

Come avrete capito dal post precedente o dal titolo di questo qua, per la prima volta mi sono dedicato al binge watching dei film di James Bond (quelli con Daniel Craig): lascio passare pochi giorni se non poche ore tra un capitolo e l’altro e mi sono trovato ad associarli a una serie televisiva.
In effetti, se il primo capitolo (Casino Royale) è servito a presentare il protagonista, accennare all'antagonista e buttare giù le basi delle future storie, il secondo approfondisce e permette l’evoluzione di alcuni aspetti.

Andiamo con ordine.

La prima scena di Quantum of Solace, tanto per farci capire che tipo di film è e chi è il protagonista, è un inseguimento in auto su una strada talmente stretta che io farei fatica a guardare oltre la macchina che mi precede. 
Bond invece sorpassa, spara, guarda male il nemico e schiva camion come se non ci fosse un domani. 
Indossando un completo, eh, mica la tuta.

Dopo 2 minuti, quindi, il tono del film si è capito. E infatti gli inseguimenti, nel corso delle successive due ore, saranno ben 4: uno in auto, uno a piedi, uno in barca e uno anche in aereo. 
Non avrebbe stonato uno in segway ma mi sa che sarebbe stato noioso.

Sai che scena, però?
La continuity che lega questo film agli altri della serie non tarda a farsi vedere.
   
  • Quantum of Solace riprende esattamente alla fine di Casino Royale: il prigioniero di Bond, nella scena iniziale, è il cattivo cazzuto del primo.
  • L’organizzazione dei cattivi (ancora non è mai stata nominata) comincia a delinearsi meglio: è dappertutto, destituisce governi, tratta con dittatori… insomma, è una piovra innominata.
  • L’MI6 fa finalmente vedere i muscoli: laboratori costosissimi, software di riconoscimento facciale, database enormi, cellulari traccianti, ecc.
  • Il rapporto tra M e James Bond evolve, evolve, evolve: prima lei non si fida di lui e lo tiene sott’occhio, poi lui scappa, quindi lei gli cancella le carte di credito e poi gli fa una scenata… in poche parole un divorzio all'italiana in salsa british.
  • Infine, la croce e delizia di ogni Bond: le donne. In questo film sono presenti in tre: Vesper, ovvero l’ossessione che sembra guidare le azioni dell’agente segreto; Fields, la donna oggetto di turno che si scioglie alla vista di una suite e, infine, Camille Montes. Solo quest’ultima avrà una parvenza di rapporto alla pari con 007. Non ho capito se perché li accomunava la vendetta o perché non c’aveva abbastanza tette.

Prima delle votazioni di rito, un paio di chicche senza spoiler che mi sono gustato: la scena all’opera per come è stata pensata e costruita e la retorica secondo cui l’MI6 combatte i criminali con cui la Cia va a nozze. 
God save the Queen.

Quantum of Solace si prende un 7 -. Il meno te lo becchi perché sei stato sotto le aspettative.

Prima di passare al prossimo, un suggerimento per 007: ma quando imparerai a non ammazzare i nemici che insegui? E grazie che non sapete ancora niente della Spectre. Minchia, le basi!

giovedì 29 ottobre 2015

In attesa di Spectre, Casino Royale.

La locandina del film

Lo premetto da subito: sono un fan di alcuni aspetti della saga di James Bond (non di tutto o di tutti gli attori che l’hanno interpretato, sia chiaro).
Questa predisposizione nasce, molto probabilmente, nella mia infanzia: ricordo ancora che guardavo i film di James Bond – quelli con Sean Connery – insieme a mio padre, e già allora impazzivo per i gadget, sia dei buoni che dei cattivi, e per alcuni personaggi.

La Aston Martin con il sedile a espulsione, l’olio che esce da sotto al telaio, il cappello/lama rotante del factotum muto di Goldfinger, i denti d’acciaio dello Squalo, sono stati oggetti su cui ho fantasticato fin da subito.

Sarà anche per questo bellissimo ricordo d’infanzia che per me James Bond è sempre stata quella simpatica canaglia di Sean Connery.
Ho sempre snobbato gli attori che hanno interpretato, dopo Connery, la famosa spia di Fleming: Roger Moore aveva poco mordente, Timothy Dalton la faccia troppo buona e Pierce Brosnan nel mio immaginario è sempre stato solo il dottore del Tagliaerbe.

Poi è arrivato Daniel Craig.

E James Bond è cambiato.

Nella mia testa Daniel Craig è riuscito a scalzare Sean Connery perché i personaggi che interpretano sono profondamente diversi. 

Certo, si parla sempre di un super agente segreto capace di menare le mani su una moto in corsa su un precipizio mentre bacia una donna e beve un martini (agitato non mescolato), però:

- Il nuovo Bond è in realtà il primo Bond, quello che ha appena avuto la licenza di uccidere (i famosi 
due zeri).

- Sta ancora crescendo nel rapporto con le donne.

- Deve ancora approfondire la relazione con l’autorità (nei dialoghi con M notiamo la sua rozzezza: mentre lei – una grandiosa Judi Dench – dispensa perle di saggezza e consigli di diplomazia, lui fa il figo).

- I suoi nemici sono ancora poco chiari (almeno nei primi due film).

Queste caratteristiche, unite a una grande dose di bravura, hanno fatto vincere a Craig il premio di secondo miglior Bond nella storia del cinema del mio personale palmarès.

Passando ai film, partiamo dal primo di questa nuova stagione: Casino Royale.
Come sempre su questo blog niente trama. Se ne avete bisogno, la trovate qua, insieme al trailer.

E vabbè, lo scrivo: è una bomba. 
Dai titoli di coda (sempre curati nei film di Bond ma con la nuova stagione hanno fatto davvero un salto in avanti) passando per la prima bond girl trattata come un oggetto, fino alla delusione d’amore che renderà il suo cuore duro come una roccia. 
Una tragedia da lacrime napulitane, come direbbe Doc Manhattan.

In più, la rete di nemici che fa da contraltare all’MI6, comincia a farsi vedere. Piano piano: qualche riferimento e un supercattivo cazzuto, niente di più. 
Per un fan della continuity come me, questa è praticamente la dose che il pusher ti regala per costringerti a comprare la roba una volta che sei diventato un tossico.

È tempo di votazione e Casino Royale si prende 7 +. 
Il più è per la buona volontà, ché sei bravo ma puoi fare ancora meglio.

Da oggi parte il conto alla rovescia fino alla visione di Spectre. Se riesco, faccio un post su ogni film.

E se siete già preoccupati dei prossimi post a tema bondiano, pensate alla mia metà che nelle prossime settimane dovrà vedere insieme a me tutti i film. Quindi niente lamentele e buona lettura.

mercoledì 21 ottobre 2015

La recensione arriva prima del tempo. BTTF Day


Domenica ero a pranzo con la mia famiglia e ho scoperto, con grande sorpresa e sommo giubilo, che i miei genitori – all’epoca ancora fidanzati – hanno portato i miei zii – all’epoca tutti pischelletti – a vedere il primo film di Guerre Stellari.
A distanza di quasi quarant’anni tutti ricordavano quel momento, segno che in qualche modo si era impresso a fuoco nella loro memoria.

Io mi emoziono ogni volta che leggo le parole “Tanto tempo fa, in una galassia lontana…”, figuriamoci averle viste su uno schermo cinematografico.

Si vabbè, bello l’amarcord ma che c’entra con Ritorno al futuro?

C’entra che fino a qualche tempo fa, l’unica cosa che mi mancava della trilogia di Robert Zemeckis era averla vista al cinema.

Ora, non solo ho visto al cinema il primo episodio nel 2013 ma ho avuto anche la possibilità di partecipare a una maratona col primo e il secondo episodio, mercoledì 21 ottobre 2015.
Se sei arrivato a leggere fin qui vuol dire che sai di cosa sto parlando e sai cosa significa questa data per noi fan della saga di Marty e Doc. 
Se invece non lo sai e sei capitato qui per caso, apri Google immagini e cerca questo:

Scoprirai cos’è un flusso canalizzatore e come l’idea venne a Doc dopo esser scivolato in bagno. 
Vedrai il futuro immaginato trent’anni fa e comincerai a pensare quadrimensionalmente.

Oggi tutto il mondo dell’internet parla di Ritorno al futuro. 
E quando dico tutto il mondo intendo letteralmente, non come quando Grillo dice che la rete si è espressa e in realtà hanno votato 3 amici al bar.

In giro si trova di tutto sui tre film: trama, bloopers, gadget, aneddoti, cosplayer e perfino un filmato secondo cui il primo Ritorno al futuro ha predetto l’11 settembre. 
Non scherzo, lo trovate qui.

Il post di oggi serve innanzitutto a me, a mettere in ordine i tanti significati che questa trilogia ha avuto per Felice adolescente, prima, e per Felice un po’ più grande, dopo. 
Se hai visto e rivisto i film fino a diventarne un appassionato, magari molte delle cose che leggerai le avrai vissute tu stesso.

Se oggi, a trent’anni suonati, sono un appassionato delle teorie sui viaggi nel tempo e sono riuscito a vedere anche Primer, lo devo a questa trilogia.

Se la fantascienza è il mio genere preferito, lo devo a Doc Brown e alle sue teorie.

Se ho provato ad andare sullo skate (fallendo miseramente) quando avevo 10 anni, lo devo a Marty. Anzi a Biff, da cui anche io avrei voluto scappare.

Ho scoperto l’influenza degli spaghetti western nel cinema mondiale col terzo episodio: prima di Clint Eastwood il trucco del metallo sul petto l’ho visto fare a Marty (anzi al sig. Eastwood, in quel caso).

Se ne parlo ancora con i miei fratelli in maniera appassionata e se, nelle serate alcoliche, ci divertiamo a citarne le battute insieme a un paio di amici grandi fan, lo devo al potere di creare storie del caro Zemeckis (e del sempre dimenticato Bob Gale).

E quindi, alla fine, posso affermare che l'universo di Guerre Stellari è una meraviglia, i personaggi del Signore degli anelli sono affascinanti ma per me, nell’olimpo delle trilogie, quella di Ritorno al futuro deve avere un posto da protagonista.

P.S.
Se per caso questa recensione del giovedì (anticipata per la grande occasione) ti ha fatto venire voglia di vedere i film, non troverai posto al cinema, te l’assicuro. 
Prendi il cofanetto blu ray della trilogia, siediti sul divano per quelle sei ore buone e ripeti con me: Grande Giove!


giovedì 15 ottobre 2015

Mercoledì cinema, giovedì recensione. Suburra

Locandina del film
La locandina del film

Ieri sera, prima di andare al cinema, mi sono divertito a fare l’originale con la battuta sul titolo del film e “per fortuna che si sono ricordati la U”. 
Nel frattempo, il lato colto e quello romano del circolino del mercoledicinema mi hanno fatto notare che Suburra è non solo una via di Roma ma che anticamente era un quartiere particolarmente popoloso, miserabile e malsano.

Sollima si è spinto in questo luogo divenuto sinonimo di marcio, risparmiandoci davvero poco: la macchina da presa si immerge nei peggiori liquami della società moderna, scavando nei legami tra la politica, i fascisti, la microcriminalità romana e quel sottobosco di parassiti che sopravvivono intorno a questo giro.

La tensione si sente per tutte le due ore del film, complice anche la colonna sonora fatta di musica elettronica bassa e potente (gli autori sono francesi, gli M83).

Io sono uscito esaltato dalla visione, con un paio di conferme e qualche bella sorpresa.

Sollima si conferma un ottimo regista per questo genere di storie: i colori del film sapevano di palude e le inquadrature raramente si sono allargate tanto da permettere allo spettatore di respirare.

L’altra conferma è De Cataldo e la sua meravigliosa capacità di scrivere e descrivere la zona grigia tra legale e illegale; se oggi sapete (anche vagamente) cos’è stata e quali erano i legami della banda della Magliana lo dovete principalmente a lui. Che poi molti non hanno mai approfondito l’argomento o non si sono mai resi conto di quanto di vero ci fosse nella finzione e viceversa sono un altro paio di maniche.

Vabbè, Elio Germano è sempre bravo.

Vabbè, Favino si mangia le parole.

Passando alle sorprese, la prima, almeno per me, è stato Claudio Amendola: complice il suo personaggio a cui mi sono affezionato, la sua recitazione mi è parsa credibile e sensata.

L’altra bella sorpresa sono gli attori praticamente sconosciuti che interpretano la fauna di criminali che nel film popola i sobborghi di Roma.
Alessandro Borghi, numero 8: non deve essere stato facile rendere un giovane criminale con un complesso di inferiorità nei confronti del padre. Lui ci è riuscito. È un po’ il Ciruzzo l’immortale di Suburra.
Adamo Dionisi, Manfredi Anacleti: avete presente quel personaggio talmente viscido che vorreste vederlo finire male dalla prima inquadratura? Ecco, è lui.
Greta Scarano, Viola: come fa la grezzaccia lei, nessuna.

Vabbè, mi sono dilungato pure troppo, è tempo di votazione: 9 pieno.

Ultimo appunto: quanto sono inquietanti i riferimenti ai Casamonica, ai legami tra lo Ior e la criminalità e al sacro terrore che solo le famiglie possono incutere?


Vi confesso che quando vedo film così, oltre a esserne appagato come cinefilo, covo la segreta speranza che gli altri spettatori vogliano correre a informarsi e a scandalizzarsi. 

Lasciatemi sperare. 

giovedì 16 aprile 2015

Mercoledì cinema, giovedì recensione. Una nuova amica.

Una nuova amica

Il circolino del mercoledìcinema è tornato in sala, ieri sera. Il film scelto, stavolta, era Una nuova amica di François Ozon.

Mediamente, quando c'è un film francesce, io entro in sala appesantito da una palla al piede di 20 chili. So già che dovrò aspettarmi lunghi silenzi, sguardi intensi, musichette da cabaret (o al contrario, la totale assenza di una colonna sonora) e dialoghi che provano a essere sferzanti come quelli delle commedie inglesi senza riuscirci appieno.

Quindi mi sono seduto al mio posto con le braccia conserte e lo sguardo rassegnato del bambino in castigo.

E invece.

Sì, e invece i francesi hanno la capacità di trattare alcuni temi con delicatezza e precisione chirurgiche.
Ci sono riusciti con Quasi amici, senza scendere nel patetico e ci sono riusciti con Una nuova amica senza scadere nel pecoreccio. Il pericolo, in entrambi i casi (o almeno, in questo come in altri) era dietro l'angolo. Guardate la fine che ha fatto un film godibile come Giù al nord una volta che è arrivato da questa parte delle Alpi, tanto per fare un esempio.
Tornando al motivo di questo post, il film in questione riesce ad affrontare il lutto, la paternità, l'omosessualità, il travestitismo, l'ambiguità dei rapporti uomo/donna senza affibbiare alcuna etichetta (come invece sto facendo io qua, purtroppo).

Usciti dalla sala, avevamo tutti una visione leggermente diversa della fine e di alcune scene topiche del film, segno che - almeno secondo il circolino - il regista è stato bravo a non fornire un'unica lettura dei fatti.

L'unica cosa su cui eravamo concordi era che in amore (qualsiasi tipo di amore, da quello genitoriale a quello tra amici) ognuno fa il cazzo che gli pare. 
E meno male.

P.S.
Romain Duris è molto più bravo a muoversi sui tacchi di tante donne che vedo in giro. E c'ha uno stacco di cosce da far invidia a una modella.

mercoledì 8 aprile 2015

Fuoriprogramma: nuovo cinema tamarroh!

Il poster di Fast & Furious 7
Il poster del film

In assenza del circolino del mercoledìcinema, ieri sera – insieme a un po’ di colleghi – sono andato a vedere l’ultimo Fast & Furious. 
Per chi avesse vissuto su Marte fino a oggi, è il settimo della serie.

Mi sarebbe piaciuto fare una recensione e magari scrivere due righe sul duo Vin Diesel/Paul Walker ma poi sullo schermo sono apparse macchine col paracadute, attraversamenti di grattacieli e un’epica lotta in cui invece di una spada per mano i protagonisti impugnavano due enormi chiavi inglesi e i rottami taglienti di una macchina.

Cosa vuoi dire di più su un film con questi materiali?

Ah già, che The Rock da solo – con due battute in cui c’entrano un braccio ingessato, l’andare al lavoro, una bara e un pugno – regge tutto il film sulle sue spallone.

Un consiglio non si nega a nessuno, però: se volete andare a vederlo, cercate un orario pomeridiano, magari in una sala poco affollata.

Vi verrà da ridere per le tamarrate del film e nessuno vuole confrontarsi con un fan della saga duro e puro con la macchina pimpata e la cresta bionda. Credetemi.

giovedì 19 marzo 2015

Mercoledì cinema, giovedì recensione. Foxcatcher

La locandina del film


Foxcatcher è profondamente diverso da quello che mi aspettavo dopo averne visto il trailer.

Nell’ultimo mese il trailer in questione è passato praticamente prima di ogni proiezione a cui abbia assistito e io ho immaginato che il film parlasse di un atleta (Mark, interpretato da Channing Tatum) e del rapporto tormentato col suo coach (John Du Pont, alias Steve Carell nella prima interpretazione drammatica).

Invece Foxcatcher parla di due psicosi: il complesso d’inferiorità di Mark nei confronti del fratello Dave (Mark Ruffalo), da cui cerca di emanciparsi in ogni modo – compreso il finire nelle grinfie di uno che è chiaramente un pazzo fin dalla prima inquadratura – e il senso di inadeguatezza di John Du Pont (il pazzo di cui sopra) nei confronti della madre che stronzamente fisserà i suoi patetici tentativi di farsi dare una pacca sulla spalla con immobili occhi di ghiaccio.

Vale la pena vederlo? 
Sì, non fosse altro perché è solido come le spalle di Ruffalo, inquietante come i denti di Carell e lento come i passi di Tatum. 
Certo, tre quarti del circolino del mercoledìcinema non era esattamente entusiasta della mia scelta ma… ehi, questo è il mio blog e vi beccate la mia opinione.


E comunque io pensavo che la lotta fosse uno sport fatto solo di tanta forza e, invece, c’è bisogno di essere un sacco agili per fare quei movimenti rapidissimi addosso a un tizio grosso come un bue.