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giovedì 10 marzo 2016

Mercoledì cinema, giovedì vi racconto come ho conosciuto il personaggio. Deadpool

Un serissimo supereroe

Negli ultimi mesi si è parlato tantissimo di Deadpool: un personaggio nato per essere un cattivo che, nel giro di venti anni, è finito a fare l’idolo dei nerd.

Personalmente l’ho scoperto seguendo la saga Marvel Zombie, a un certo punto della quale è spuntato anche lui, il mercenario chiacchierone, sotto forma di una testa zombie che – appunto – non la smetteva mai di blaterare.

Inutile dirvi quanto mi sia piaciuto il suo umorismo, le vocine nel cervello sotto forma di balloon di colore e forma diversi, il suo bucare la quarta parete, la saga Deadpool uccide… vabbè, avete capito.

Aggiungo pure che, esattamente com’è stato per Il signore degli anelli, Le cronache del ghiaccio e del fuoco, la barba incolta ecc. sono stato spiazzato dall’essere circondato, di punto in bianco, da espertoni in materia, avidi collezionisti di cimeli e preparatissimi fan.
Questo ha provocato in me due reazioni: fastidio per il tran-tran collettivo e isterico (in questi casi vorrei girare con un cartello che reciti “Io lo sapevo da prima”)  ed esaltazione per tutto l’ambaradan che viene prodotto in queste occasioni (film? Sììììì! Ancora più fumetti? Sììììì! Gadget della minchia? Sììììì!)

Tornando seri, ieri sera sono stato finalmente al cinema a vedere Deadpool.

Mi è piaciuto? Sììììì!

Ecco i miei perché sì e perché no.

Sì:
I titoli di testa che prendono in giro tutta la macchina cinematografica di Hollywood e quelli di coda, esilaranti.
La scena della manina.
Le prese per il culo a ogni film della Marvel uscito finora.
La scena d’apertura, che in 30 secondi ti ha già fatto capire il tono del film.
Tutte le citazioni più o meno nascoste e in particolare quella di Ferris Bueller (di cui abbiamo già parlato qua).
Colosso il buonista.
Deadpool che prova a mazzolare Colosso, facendo la fine del T-rex.
Morena Baccarin.

No:
Se proprio vogliamo trovare un difetto al film, se proprio vogliamo fare gli schizzinosi… in effetti racconta una storia sempliciotta: la nascita di un supereroe a causa di un cattivo – piuttosto piatto – e la relativa vendetta. 
Ma, ehi, non sono proprio le storie semplici quelle più efficaci?

Voto: dovrei dargli appena un 7 ma il fan che è in me preme per un 8 e l’ardente speranza di un sequel.


lunedì 29 febbraio 2016

Recensioni di recupero.

I mesi di assenza dal blog (dovuti ai motivi che trovate qui), non mi hanno impedito di leggere una serie di cose, guardarne altrettante e accumulare materiale da proporvi.

Per recuperare il tempo perduto e riprendere le consuete rubriche con la coscienza pulita, eccovi di seguito qualche mini recensione selezionata per l’occorrenza.


Scott Pilgrim: il fumetto, non il film (che recupererò a breve). Sei volumi in formato manga: una storia d’amore, chitarre e mazzate. Ma non mazzate tra bulletti del quartierino, tra gente coi superpoteri che salta sui tetti e trova un bonus quando uccide il boss di fine livello. Una stupenda commistione tra videogiochi e fumetto. Piacevole, con alcune idee veramente divertenti. Voto: 8 e 1/2


Guerrilla Radio: ci sono opere che intrattengono e opere che informano. Questo volume della piccola casa editrice Round Robin, disegnato da Stefano S3keno Piccoli, fa entrambe le cose: approfondisce l’impegno politico di Vittorio Vik Arrigoni (se non sai di chi sto parlando, fatti un giro qua e qua) senza mai diventare morboso. C’erano due grandi rischi, mettendosi a scrivere questa storia: scadere nella retorica e fare speculazioni sulla morte dell’attivista italiano. Stefano Piccoli si è destreggiato abilmente in questo campo minato (sì, l’espressione non è tra le più fortunate, in questo contesto), complici anche il lungo lavoro di ricerca, la sua passione e il confronto con la famiglia Arrigoni. Voto: 8


Hellnoir: la terza storia della nuova collana della Bonelli – le miniserie – unisce il noir con il soprannaturale (e fino a qua ci poteva arrivare anche un bambino di seconda elementare), trasformando l’inferno in una città sterminata, i demoni negli oligarchi più corrotti che possiate immaginare e creando un parallelo col mondo dei vivi lungo un’indagine per omicidio. L’idea mi era sembrata banale, inizialmente, ma ho dovuto ricredermi. Finora, per me è stata la miniserie più bella. Voto: 7 abbondante.


L’ombra della montagna: il sequel di Shantaram – libro che ho divorato e adorato – parte male e finisce peggio. L’autore riprende le storie dei personaggi qualche anno dopo la fine del primo libro ma non riesce né a creare una narrazione credibile né a dare spessore alle miserie umane che popolano l’India moderna. Se vi è piaciuto Shantaram, non leggete L’ombra della montagna, fatelo per il bel ricordo che avete delle avventure di Lin & company. Voto: 4


Amok: uno stranissimo libretto (si legge in due ore) che narra la storia di un medico inglese di stanza in Malesia alla fine dell’800. Amok è una parola malese che indica il furore omicida che pervade i folli. Nel mio caso, si è risolto tutto in un “meh, carino”. Voto: 6


The hateful eight: tutti l’hanno visto, tutti ne hanno parlato. È troppo lungo, è troppo diverso dal solito Tarantino, c’è poco sangue, c’è troppo splatter, non si capisce dove voleva andare a parare, ma a che serve il formato in 70 millimetri, eccetera. Io l’ho visto due volte, in versione normale per placare la scimmia e in 70mm da dare in pasto al fanatico e no, non mi sono annoiato né l’ho trovato troppo lungo. Vi piace Tarantino? Smettetela di fare paragoni con Django Unchained e godetevi la sua opera più teatrale. Che tra l’altro, pur essendo ambientata nel west ha una colonna sonora e alcune scene degne di un classico horror (Edit dell’ultim’ora: Morricone c'ha vinto l’Oscar con questo lavoro!). Voto: 9, che ve lo dico a fare.

Potrei parlarvi pure de Il ponte delle spie, di The Revenant e degli altri film che ho visto 
insieme al circolino del mercoledì però finirei per annoiare me stesso prima che voi.


Quindi accontentatevi delle recensioni di recupero, perché da oggi si riprende con la programmazione regolare.

lunedì 19 ottobre 2015

L'arte della guerra di Deadpool

La copertina del volume

Ho scoperto il personaggio di Deadpool come conseguenza della mia passione per la saga Marvel Zombie (il primo volume, che ha dato origine a tutto, l’ha scritto un certo Robert Kirkman).
Delle varie uscite conseguenti a Marvel Zombie, una mi ha colpito particolarmente per la follia del suo personaggio, le scene metafumettistiche e l’umorismo macabro: In viaggio con la testa

Ma non è di questa che parliamo oggi. 

Né dei Deadpool Corps, della serie con Cable, di quella Deadpool uccide (I Classici, Deadpool, l’Universo Marvel)… insomma, diciamo che ho seguito il mercenario chiacchierone con particolare attenzione e sono diventato, almeno per il personaggio in questione, il prototipo del Marvel Zombie che casca in ogni operazione commerciale della casa delle idee.

La faccio breve, promesso: oggi parliamo della rilettura di Deadpool de L’arte della guerra di Sun Tzu.

Il pretesto da cui parte tutto è l’incontro (o meglio, lo scontro) tra Deadpool e lo stesso Sun Tzu: senza spiegare al lettore come sia possibile, il mercenario si ritrova nella Cina del V secolo dove ruba i rotoli di bambù su cui è scritta la famosa opera. 
Tornato nel mondo contemporaneo, Deadpool realizza che l’unico modo per riuscire a vendere il libro a una casa editrice è quello di far scoppiare una guerra e usare l’antico manoscritto come manuale di sopravvivenza.

Dopo la premessa, il volume scorre tra gustosi riferimenti cinematografici e rimandi al mondo reale come se non ci fosse un domani. 
Più la solita dose di sangue, mutilazioni e cambiamenti di bandiera.

[Spoiler alert]

Più della trama, mi preme segnalarvi qualche chicca che mi è rimasta impressa:
- Deadpool che sceglie tra le varie versioni di Loki (Loki è un bambino? Di chi è questa grande idea? Loki donna? Mi prendete in giro? Ma come diavolo… ! ).
- Deadpool che recita le massime di Sun-Tzu o scrive sul portatile mentre intorno a lui infuria la battaglia.
- Loki e Skurg che commentano le didascalie delle vignette.
- I curatori di Deadpool che alla fine sono gli unici a voler comprare la versione rivista e corretta de L’Arte della guerra (e che alla fine pubblicano, di conseguenza, l’albo Marvel)

[Fine spoiler]

Un bel volume, quindi, con gli ottimi disegni di ScottKoblish e i colori di Val Staples (stupende le copertine dei singoli capitoli che rimandano all’arte cinese antica), che non può mancare nella libreria di ogni buon fanatico della Marvel.
Tanto per dirvi fino a dove si spingono i fan



lunedì 31 agosto 2015

Ci vediamo in giro, eh?

Dal blog di Flavio Nani

Io no.
Ci vediamo al mio ritorno.

(se volete leggere altre strisce dell'Orso Ciccione, le trovate qui)

venerdì 7 agosto 2015

Le storie Bonelli: fumetti (anche) per chi non legge fumetti


Negli ultimi anni, nel piccolo grande mondo del fumetto, si è parlato tanto del variegato pubblico a cui gli autori si rivolgono con le loro opere. 
È stato rappresentato prima come un’esigua nicchia, poi un po’ i social, un po’ i nuovi autori e le politiche delle case editrici, si è trasformato in una folla da numeri ragguardevoli.

La verità dovrebbe stare nel mezzo, ma tanto non è questo l’argomento del post.

Sarà che seguo con assiduità il lavoro di chi si rivolge a un pubblico nuovo (o comunque cerca di farlo) – leggasi Bao Publishing con Zerocalcare, la Bonelli degli ultimi anni con le novità di Roberto Recchioni e le nuove scelte editoriali in generale  – però io ho sentito spesso parlare di voler raggiungere chi non ha mai letto i fumetti, invece che .

Ci sono storie di successo eclatante in questo senso (il già citato Zerocalcare) e ci sono operazioni interessanti che – secondo il mio parere – stanno facendo ottimi passi avanti.

Mi riferisco, nello specifico, a “Le storie”, la collana della Bonelli arrivata in questi giorni al trentaquattresimo numero e al secondo speciale a colori.

Quali sono i punti di forza di una serie come questa?

Uno solo, essenziale e fondamentale: ci trovate tutto quello che volete.

Siete appassionati di horror? Quale sfumatura, lo splatter con gli zombie e le tettone? Il gotico ottocentesco? Troverete ottimi esempi dell’uno e dell’altro.

Vi piace la fantascienza? Idem.

I western? Ce l’ho.

Il giappone feudale? Voilà.

I gangster? Vabbè, avete capito.

Quasi tutte le storie sono ben strutturate e raccontate (ho scoperto alcuni sceneggiatori bravi e altrettanti disegnatori di talento). Il peggio che vi può capitare, se comprate tutti i numeri come faccio io, è leggere una storia di un genere di cui non vi è mai fregato una beneamata.

Mi chiedo solo come possa un non collezionista comprare un solo numero (magari il 18, chessò) e metterlo sulla libreria senza farsi venire una sincope ogni volta che lo guarda, da solo, senza gli altri numeri intorno. Ma forse sono fisime mie.

Tutti a parlare di letture estive, in agosto, questo è il mio contributo alla causa. 
Andate e leggete, orsù.


Magari recuperate anche i numeri vecchi, così se dovessi capitare a casa vostra, non vedrete vibrare la mia palpebra da collezionista compulsivo. Li trovate qui.

martedì 4 agosto 2015

Scoprire un fumetto che tutti hanno già scoperto

La copertina del primo numero

Sigla: immaginate Cristoforo Colombo con la voglia di dire a tutti che ha scoperto una via per le Indie e i vichinghi che fanno spallucce e ridacchiano alle sue spalle perché scorrazzavano in Vinland già da qualche centinaio di anni.

Questo (inutile) parallelo storico serve a farvi capire come mi sento.

L’altro giorno, cercando dei libri e dei fumetti per l’estate, sono incappato nel primo volume di Last Man (di Balak, Bastien Vivès e Michael Sanlaville).

L’ho preso perché ne avevo sentito parlare nell’internét e un amico me lo aveva caldamente suggerito (la combo realtà virtuale/realtà vera, per me, è un valore aggiunto notevole).

La sera, a casa, mi informo su chi siano gli autori (due su tre hanno esperienze come storyboard artist e magari questo può avere influenzato leggermente il mio giudizio), prendo il volume – formato manga, maneggevole e compatto – e… niente, ho dovuto fermarmi per non leggerlo tutto (non è una forma di sadismo autoinflitto, semplicemente cerco di dosare gli acquisti e di conseguenza le letture).

Bella la storia, per la sua capacità che ha avuto di farmi entrare, nel giro di poche pagine, in un mondo fantastico simile al nostro medioevo (con l’aggiunta di un tocco di magia) e per come tratteggia i personaggi e le loro caratteristiche.

Non male i disegni ma niente di che. Il mio è un giudizio estetico puramente personale, basato sul gusto: mi sono sempre piaciuti i disegni realistici pieni di particolari e sulle pagine di Last Man, invece, l’essenzialità – del tratto e dei paesaggi – la fa da padrona. Il che non è necessariamente un male, comunque.

Stupende le inquadrature. Ora, io non sono approdato ieri al fumetto. Pur non essendo un tecnico, ho un minimo di occhio allenato: ho letto fumetti italiani, americani, francesi, giapponesi, di ogni genere e formato… però, per la prima volta, con Last Man ho avuto la sensazione che i disegni si muovessero, che lo spazio bianco tra le vignette fosse pieno. Ed è stata una sensazione elettrizzante.

Ultima cosa bella di questo fumetto: è una storia conclusiva. Sei numeri e via.

I primi tre volumi sono già usciti con la Bao Publishing.
Se volete comprarli, dal 27 agosto al 23 settembre sul sito baopublishing.it li trovate col 25% di sconto (fine piccolo spazio pubblicità).

Io di sicuro li prendo.

P.S.
Vi farò sapere anche dei prossimi numeri.

venerdì 24 luglio 2015

Dragonero, fantasy italiano.

Copertina Dragonero n°1
La cover del primo numero

La serie a fumetti Dragonero ha una storia interessante: inizialmente esce come un romanzo a fumetti (ottima collana Bonelli, con alcune storie davvero eccezionali) e il grande successo di pubblico fa esaurire le copie in edicola, in fumetteria e in redazione. 
Insomma, tutti lo vogliono, tutti lo cercano.

Passano gli anni, il fantasy continua a racimolare consensi anche al di là della cerchia di quelli che sanno parlare correntemente l’elfico e la Bonelli annuncia l’uscita della serie regolare (mensile!) di Dragonero.

La storia comincia là dove si era interrotta nel romanzo, senza però renderne necessaria la lettura. Il passato di Ian, i poteri acquisiti, i suoi compagni d’avventura e tutto il resto vengono svelati poco a poco nel corso dei mesi, intrecciandoli con nuove storie.
Il mondo di Dragonero rispecchia i canoni del fantasy classico (o alla Tolkien, che dir si voglia): elfi, orchi, umani, maghi – i nani ancora non li ho visti – a cui vengono aggiunti le caste dei tecnocrati (con armi e strumenti che farebbero impazzire ogni cosplayer steampunk), alcuni esseri al di là della barriera (il primo che parla di Martin vada a rileggersi la storia dell’impero romano, per piacere) e mostri assortiti.

Quali sono gli elementi di successo di questa serie?

Secondo me sono quattro:
La varietà dei temi trattati e, di conseguenza, dei generi affrontati: intrighi politici, mostri assetati di sangue, avventure bucoliche, racconti di viaggio. Ce n’è per tutti i gusti.

I dialoghi, sempre ben scritti e caratterizzanti per i personaggi della serie (complimenti agli sceneggiatori Vietti ed Enoch – entrambi garanzia di qualità).

Una sottile linea di continuity che prosegue in sottofondo (dite quello che volete ma la continuity, per me, che si tratti di un fumetto o di una serie tv è fondamentale).

I disegni: dinamici, realistici quanto basta, evocativi… (e complimenti pure ai disegnatori, quindi. Su questa serie ho scoperto Walter Trono – tra gli altri – e me ne sono innamorato).

Non per niente è una delle migliori testate Bonelli, in termini economici (settima nella top ten pubblicata qui, per essere precisi).

Nessuna critica, quindi?
E vabbuò potevo mai riprendere in mano il blog parlando male di qualcuno?

sabato 4 aprile 2015

Sabato a fumetti. Outcast n°1

Outcast Kirkman Azaceta
La copertina non rovinata

Ho conosciuto Robert Kirkman con Marvel Zombie, quindi ben prima che i morti viventi invadessero tutti i campi dell'intrattenimento umano.

E con questa frase ho esaurito la necessità di segnalarvi la mia totale mancanza di aderenza alle manie del momento (ho anche una barba nata a fatica sulla mia faccia ben prima dell'invasione degli hipster, ma questo è un altro discorso!)

Tornando al motivo di questo post, dopo aver letto e osannato Marvel Zombie, divorato e atteso The Walking Dead, l'altro giorno ho comprato il primo numero Outcast, di Robert Kirkman e Paul Azaceta.

Sul fronte della storia mi sono trovato tra le mani qualcosa di molto diverso e al contempo molto simile agli altri lavori di Kirkman.
Mi spiego: Outcast è simile a Twd perché anche in questo caso l'autore analizza e racconta non solo la possessione demoniaca come evento in sé ma tutte le implicazioni che ne derivano in termini di cambiamenti dei rapporti sociali, sconvolgimenti nella vita dei protagonisti, ecc. 
Esattamente la stessa cosa che ha fatto con Twd, usando la rinascita dei non morti come un pretesto per raccontare il degrado dell'animo e della società umana.

La differenza che ho notato io sta proprio nell'impianto della storia: il primo volume di Twd catapulta il lettore nel pieno dell'azione nel giro di poche pagine, facendoci seguire il risveglio di Rick Grimes nel mondo ormai stravolto dall'arrivo degli zombie. Il primo numero di Outcast, invece, è più graduale. Per carità, non fraintendetemi: i cazzotti allo stomaco li sentirete tutti (soprattutto in un paio di scene terrificanti) ma la storia si dipanerà lentamente sotto i vostri occhi, facendovi saltare qua e là prima di farvi vedere il tracciato su cui si muoverà. 

Bella, eh. Solo diversa.
Sicuramente avrò modo di tornarci su.

Ultima cosa: perché mai, mi chiedo, l'editore italiano di Outcast (Salda Press) ha deciso di venderlo nel formato Bonelli e in bianco e nero quando l'opera originale è nata in un formato diverso e a colori? Posso pure accettare che abbiate scritto in copertina "Da Robert Kirkman, creatore di The walking dead" per attirare i maniaci della serie tv ma perché stravolgere pure le dimensioni?

sabato 28 marzo 2015

Sabato a fumetti. Voi li leggete gli articoli dell’Almanacco della paura?

La copertina del magazine, di Brindisi e De Felici

Il Dylan Dog Magazine, nuovo nome per l’Almanacco della paura, è uscito nelle edicole il 24 marzo 2015.

A un primo sguardo, le novità riguardano principalmente i contenuti a fumetti: alla storia al centro dell’albo (Nuovo cinema Wickedford, di Barzi e Brindisi) si aggiunge una gustosa storia breve in chiusura (Il saldo, di Gualdoni e De Tommaso) e una terza inserita nella sezione iniziale dell’albo (Susy e Merz - Una gita a Carcosa, di Bacilieri e Giusfredi).

Gli articoli dell’Almanacc del Dylan Dog Magazine trattano novità e recensioni a tema horror, concentrandosi, di volta in volta, su una specifica categoria:
- Sullo schermo
- A fumetti (qui la storia Susy e Merz)
- Su carta
- In scena
- In tv
- In gioco

Subito dopo, a rendere corposo il magazine, tre sezioni generiche, gli Horror files:
- La morte abita in provincia, una panoramica sui piccoli centri abitati, trasformati per poche ore nell’epicentro di un orrore epico (dal Twin Peaks dell’omonima serie alla sfortunata cittadina della Pennsylvania in cui si scatena la gelatina rosa passata alla storia come Blob)

- Tutto iniziò nel castello d’Otranto, ovvero le origini della letteratura gotica

- Sono dentro uno slasher e voglio uscirne vivo, un saggio sui maniaci assassini nei film e un manuale di sopravvivenza alle loro motoseghe, asce, maceti e simili.

Una lettura piacevole ma, tornando al titolo di questo post, confesso che raramente sono riuscito a leggere tutto l’almanacco subito dopo l’acquisto… normalmente lo uso come riferimento cartaceo per la scelta di film, giochi e fumetti a tema horror e quindi ne spalmo la lettura su un periodo di tempo molto lungo.

Qualche volta è successo pure che me ne sia dimenticato e l’abbia riposto senza averlo finito.

Ultima cosa: non fatevi ingannare dallo spessore dell’albo: il numero di pagine è sempre lo stesso, hanno solo cambiato la carta su cui è stampato. 

Hanno cambiato pure la costa dell’almanacco, il che suscita nel mio io collezionista due reazioni opposte: la grande gioia di possedere tutte le uscite dell’almanacco della paura e la sottile frustrazione derivante da un nuovo formato da incastrare in libreria. 
Mi pare, tutto sommato, una reazione equilibrata.

Voto finale? 7 e ½: 7 per esser rimasti comunque dentro il solco della tradizione che gli affezionati lettori si aspettano e ½ per incoraggiare gli autori a proseguire con le novità introdotte.

sabato 21 marzo 2015

Sabato a fumetti - Saga

I tre protagonisti di Saga: Alana, Marko e la piccola Hazel


Ho cominciato a leggere Saga, di Brian K. Vaughan e Fiona Staples, perché nel piccolo grande mondo del fumetto (italiano e straniero) non si parlava d’altro, lo ammetto. 
Sui libri riesco ancora a essere snob, a farmi piacere solo i titoli che decido io e a leggere con sufficienza gli autori mainstream. 
Coi fumetti ancora no: a volte mi butto nel fiume delle nuove uscite e mi faccio trasportare dalla corrente. 

Questo non vuol dire che compri tutto a scatola chiusa (ho ancora un po’ di gusto, eccheè), però quando nella descrizione di una serie c’è scritto fantascienza o fantasy difficilmente riesco a resistere. 

Sì, solo su queste poche righe potete edificare almeno 10 stereotipi, lo so.

Già dalle prime pagine di Saga sapevo che ne avrei voluto sempre di più, sempre più velocemente.
Il soggetto può non essere originalissimo (una coppia che sta insieme sfidando le avversità e le convenzioni, le cui famiglie sono assolutamente contrarie… vi dice niente?) però i due autori sono stati capaci di creare un intero universo di personaggi, razze, mondi, armi, mezzi di trasporto, incantesimi, droghe, mostri e chi più ne ha più ne metta che sono una gioia per gli occhi (sia da leggere che da ammirare).

I quattro volumi usciti finora hanno un buon ritmo e soprattutto mi hanno lasciato ogni volta la voglia di andare avanti con la storia, la curiosità di sapere cosa sarebbe successo nel volume successivo. 
Il che non è sempre positivo (perlomeno non alla lunga) ma finora è piacevole.


In ogni caso, si attestano tra le migliori letture degli ultimi mesi… e speriamo pure dei prossimi (il quinto volume è ancora in lavorazione).

Ah, tanto per chiudere, i cari Brian e Fiona hanno creato lui 
L'animale più utile dell'universo
Gatto bugia
che insieme a loro (che non c'entrano niente con Saga ma avremo comunque modo di parlarne!)

Le creature più stupide dell'universo
Creature ratto
saranno le mie prime richieste all’ingegneria genetica del futuro.