martedì 18 agosto 2015

Ex_machina. Geni che dimenticano dettagli.

Il poster del film

Il circolino del mercoledì cinema non ha ancora ripreso le sue regolari attività ma in casa non ci facciamo mancare nulla: l’altra sera ci siamo visti Ex_Machina (sono riuscito a convincere la mia metà a vederlo solo paragonadolo a Her e, quindi, barando).

Non farò giri di parole: il film non mi è piaciuto. 
O meglio, ha delle ottime premesse e un interessante sviluppo della trama ma si smoscia sul finale. 
E se canni il finale di una storia è come preparare una bella torta ma sbagliare la cottura. Gli ingredienti saranno stati pure buoni ma se il risultato è appena mangiabile e poco digeribile, qualcosa hai cannato, punto.

Ex_machina comincia bene, e a bomba: Caleb (il protagonista) ci viene subito presentato come il vincitore di questa lotteria aziendale ma invece di finire nella vasca a nuotare con gli altri impiegati selezionati, finisce nella super magione di Nathan, un genio a metà strada tra Batman e Steve Jobs (che, da subito, sta sulle palle a metà del pubblico). 
Con la stessa velocità ti rendi conto di essere immerso in una realtà diversa da quella usuale: la casa di Nathan è il capolavoro della domotica (bella la scena sottilmente inquietante della porta che si chiude in automatico alle spalle di Caleb appena entrato) e il giorno stesso il protagonista si trova faccia a faccia con Ava, un robot dal viso angelico (e tu già pensavi alla fregatura che si celava dietro i suoi occhi) e dalle forme femminili, pur se meccaniche.

Non procedo oltre con la storia e vi evito gli spoiler, almeno per ora.

Il film va avanti con una serie di sessioni tra Ava e Caleb mentre io mi facevo, nell’ordine, le seguenti domande:

- Vuoi vedere che il robot è Caleb e il test è al contrario?
- Come si rifornisce di viveri il caro Nathan se vive là sui monti con Annette?
- Come funziona la programmazione del cervello di Ava se è tutto composto da gel?
- Nathan ha ideato, progettato, plasmato e montato il robot da solo? Proprio solo solo?
- Non poteva fare un robot con le tette più grosse?

Insomma i dubbi dell’uomo qualunque.

La delusione arriva verso la fine del fim.

A parte la scena/citazione di Barbablù che è di un’inquietudine da pelle d’oca, il resto scivola via senza lasciare il segno. 
Classico ribaltamento dei punti di vista con teorico spiazzamento del pubblico e, invece, voilà, più domande di prima (spoiler alert!):

- Ma ‘sto gran genio di Nathan l’unica cosa che non aveva capito era che i blackout li provocava Ava? E c’ha messo 5 giorni a mettere una telecamera a batteria nella stanza dei colloqui?

- Nessuno degli sceneggiatori ha mai letto Asimov? Nemmeno visto Io, robot? Non dico citare a memoria le tre leggi della robotica ma almeno inserire un comando vocale per spegnere il cervello dell’intelligenza artificiale in caso di cazzi amari? ‘Na roba tipo “Geronimo” e il robot si accascia, no?

- Quanto possono essere affilati i coltelli? E che sò, katane?

Del film mi sono piaciute poche cose, insomma.

A parte lo sviluppo delle intelligenze artificiali, l’intuizione che più mi ha colpito è stata quella di usare i motori di ricerca (viene menzionato un alter ego di Google) per elaborare, processare e condensare il modo in cui l’umanità pensa.

Il che è abbastanza verosimile, se ci pensate.

Ah, niente più spoiler.

Insomma, per farla breve: volete vedere un bel film sull'evoluzione dei rapporti tra uomo e macchina?

Guardate Her.

giovedì 13 agosto 2015

La seconda stagione è sempre più difficile. True detective 2

Il poster della seconda stagione con l'immenso Vince Vaughn

La prima stagione di True Detective mi aveva colpito in profondità: i paesaggi spettrali e marci della Louisiana, la becera provincia americana (quasi figlia de Le colline hanno gli occhi o Non aprite quella porta), gli omicidi in odore di setta, i dialoghi (e riflessioni) sempre ben calibrati, degli attori della madonna (ancora mi stupisco che Matthew McConaughey abbia cominciato la sua carriera con i film demenziali e le commediole)… insomma, l’ho seguita con piacere.

Quando è uscita la seconda, non ho esitato un solo momento prima di scaric vederla.

Il mio giudizio è positivo? Sì.

La seconda stagione è bella come la prima? No.

A parte la sigla, che vince a mani basse su tutte quelle del 2015.


Ho deciso di approfondire la mia conoscenza di Leonard Cohen, non fosse altro per capire come un vecchietto – è nato le 1934! – sia riuscito a partorire un suono così moderno.

Detto questo, perché la seconda stagione mi è piaciuta ma ho comunque pronunciato il fatidico meh! alla fine dell’ottava puntata?

Per due motivi. Occhio agli spoiler.

Perché credo che gli sceneggiatori abbiano usato delle soluzioni un po’ troppo semplici per risolvere alcuni nodi fondamentali: ad esempio, quale imprenditore che sta facendo un affare losco a) firma un contratto a nome suo senza usare un prestanome e b) lascia quel contratto insieme a tutti gli altri non in una cassaforte, non in mano a un notaio corrotto ma in un cassetto di una scrivania nella villa del bunga-bunga? E andiamo, su.

Perché il collegamento tra la rapina dei diamanti, da cui nasce la rete di potere marcio sulla città di Vinci e – appunto - l’ascesa sulla scena politica di Chessani & co. non è che sia poi spiegata così bene. Sì, va bene, può essere lasciata all’interpretazione dello spettatore ma almeno darmi un indizio su come una manica di furbetti sia passata dal rapinare banche all’avere in mano tutti gli appalti di un’area industriale sarebbe stato utile.

Fine degli spoiler.

In ogni caso, sarà per passione personale ma l’argomento politica e potere mi ha affascinato molto. 
Gli attori sono quasi tutti superlativi (Vince Vaugh, Colin Farrell e Ritchie Coster su tutti gli altri), ci sono alcune scene veramente stupende e il finale di stagione è amaramente verosimile.

Quindi, se per sfuggire alla canicola volete stare in casa e vedere qualcosa di interessante, breve (sono solo 8 puntate) e ben recitato, True detective 2 fa per voi.

P.S.
Due aggiunte in coda:
- Ho tifato per Frank tutto il tempo.

- Ma quant’è bella Kelly Reilly? E quella zeppolona british, poi…

venerdì 7 agosto 2015

Le storie Bonelli: fumetti (anche) per chi non legge fumetti


Negli ultimi anni, nel piccolo grande mondo del fumetto, si è parlato tanto del variegato pubblico a cui gli autori si rivolgono con le loro opere. 
È stato rappresentato prima come un’esigua nicchia, poi un po’ i social, un po’ i nuovi autori e le politiche delle case editrici, si è trasformato in una folla da numeri ragguardevoli.

La verità dovrebbe stare nel mezzo, ma tanto non è questo l’argomento del post.

Sarà che seguo con assiduità il lavoro di chi si rivolge a un pubblico nuovo (o comunque cerca di farlo) – leggasi Bao Publishing con Zerocalcare, la Bonelli degli ultimi anni con le novità di Roberto Recchioni e le nuove scelte editoriali in generale  – però io ho sentito spesso parlare di voler raggiungere chi non ha mai letto i fumetti, invece che .

Ci sono storie di successo eclatante in questo senso (il già citato Zerocalcare) e ci sono operazioni interessanti che – secondo il mio parere – stanno facendo ottimi passi avanti.

Mi riferisco, nello specifico, a “Le storie”, la collana della Bonelli arrivata in questi giorni al trentaquattresimo numero e al secondo speciale a colori.

Quali sono i punti di forza di una serie come questa?

Uno solo, essenziale e fondamentale: ci trovate tutto quello che volete.

Siete appassionati di horror? Quale sfumatura, lo splatter con gli zombie e le tettone? Il gotico ottocentesco? Troverete ottimi esempi dell’uno e dell’altro.

Vi piace la fantascienza? Idem.

I western? Ce l’ho.

Il giappone feudale? Voilà.

I gangster? Vabbè, avete capito.

Quasi tutte le storie sono ben strutturate e raccontate (ho scoperto alcuni sceneggiatori bravi e altrettanti disegnatori di talento). Il peggio che vi può capitare, se comprate tutti i numeri come faccio io, è leggere una storia di un genere di cui non vi è mai fregato una beneamata.

Mi chiedo solo come possa un non collezionista comprare un solo numero (magari il 18, chessò) e metterlo sulla libreria senza farsi venire una sincope ogni volta che lo guarda, da solo, senza gli altri numeri intorno. Ma forse sono fisime mie.

Tutti a parlare di letture estive, in agosto, questo è il mio contributo alla causa. 
Andate e leggete, orsù.


Magari recuperate anche i numeri vecchi, così se dovessi capitare a casa vostra, non vedrete vibrare la mia palpebra da collezionista compulsivo. Li trovate qui.

martedì 4 agosto 2015

Scoprire un fumetto che tutti hanno già scoperto

La copertina del primo numero

Sigla: immaginate Cristoforo Colombo con la voglia di dire a tutti che ha scoperto una via per le Indie e i vichinghi che fanno spallucce e ridacchiano alle sue spalle perché scorrazzavano in Vinland già da qualche centinaio di anni.

Questo (inutile) parallelo storico serve a farvi capire come mi sento.

L’altro giorno, cercando dei libri e dei fumetti per l’estate, sono incappato nel primo volume di Last Man (di Balak, Bastien Vivès e Michael Sanlaville).

L’ho preso perché ne avevo sentito parlare nell’internét e un amico me lo aveva caldamente suggerito (la combo realtà virtuale/realtà vera, per me, è un valore aggiunto notevole).

La sera, a casa, mi informo su chi siano gli autori (due su tre hanno esperienze come storyboard artist e magari questo può avere influenzato leggermente il mio giudizio), prendo il volume – formato manga, maneggevole e compatto – e… niente, ho dovuto fermarmi per non leggerlo tutto (non è una forma di sadismo autoinflitto, semplicemente cerco di dosare gli acquisti e di conseguenza le letture).

Bella la storia, per la sua capacità che ha avuto di farmi entrare, nel giro di poche pagine, in un mondo fantastico simile al nostro medioevo (con l’aggiunta di un tocco di magia) e per come tratteggia i personaggi e le loro caratteristiche.

Non male i disegni ma niente di che. Il mio è un giudizio estetico puramente personale, basato sul gusto: mi sono sempre piaciuti i disegni realistici pieni di particolari e sulle pagine di Last Man, invece, l’essenzialità – del tratto e dei paesaggi – la fa da padrona. Il che non è necessariamente un male, comunque.

Stupende le inquadrature. Ora, io non sono approdato ieri al fumetto. Pur non essendo un tecnico, ho un minimo di occhio allenato: ho letto fumetti italiani, americani, francesi, giapponesi, di ogni genere e formato… però, per la prima volta, con Last Man ho avuto la sensazione che i disegni si muovessero, che lo spazio bianco tra le vignette fosse pieno. Ed è stata una sensazione elettrizzante.

Ultima cosa bella di questo fumetto: è una storia conclusiva. Sei numeri e via.

I primi tre volumi sono già usciti con la Bao Publishing.
Se volete comprarli, dal 27 agosto al 23 settembre sul sito baopublishing.it li trovate col 25% di sconto (fine piccolo spazio pubblicità).

Io di sicuro li prendo.

P.S.
Vi farò sapere anche dei prossimi numeri.

lunedì 27 luglio 2015

Grandi autori che ti fanno scoprire grandi autori: LRNZ e VanderMeer

Il disegno di LRNZ per la copertina del primo libro della trilogia dell'area X

Ho scoperto la trilogia di Jeff Vandermeer perché seguo Lorenzo Ceccotti (in arte LRNZ), brillante autore di fumetti, illustratore, grafico e in generale maestro del disegno – e non solo – attivo da svariati anni.

Nel 2015, tra l’altro, è uscito il suo primo libro, Golem (se non l’avete ancora fatto, leggetelo e rileggetelo).

Che c’entra questo con Jeff Vandermeer? C’entra perché, qualche mese fa, sul profilo di Lorenzo trovo le copertine che lui ha realizzato per la trilogia fantascientifica di questo autore (VanderMeer, appunto).

Le copertine sono stupende (e vabbè, di LRNZ ve ne parlerò poi) però io leggo due parole che mi rendono un compratore compulsivo: trilogia e fantascientifica.

Il primo libro di Vandermeer, Annientamento, ha una trama semplice ma efficacissima: in un luogo della Terra non ben definito, trenta anni fa è comparsa un’anomalia che ha alterato completamente le leggi della fisica così come le conosciamo. La Southern Reach – a metà fra la classica corporation malvagia e l’agenzia di spionaggio – per esplorare questo luogo (chiamato Area X), ha inviato varie spedizioni nel corso degli anni.

Tutto qui? Eh sì, tutto qui. Solo che le quasi 200 pagine del primo romanzo sono una delle letture più inquietanti che io abbia fatto negli ultimi anni. 
Molto poco viene svelato dell’area X in quel primo libro ma ogni pagina è intrisa di disagio, insicurezza e paura. Aprendo il libro una cappa di ansia ti avvolge e non ti permettere di chiuderlo, quel libro. 
Perché tu vuoi sapere cosa accadrà dopo alla biologa, all’antropologa, alla glottologa e alla psicologa, le protagoniste del romanzo e della dodicesima spedizione.
Di cose ne accadono ma di risposte neanche l’ombra. 

E vabbè, è pur sempre una trilogia.

Il secondo volume, Autorità, ci offre un altro punto di vista: abbandonati gli inquietanti spazi (e i relativi misteri) dell’area X,  ci inoltriamo nei meandri della Southern Reach. 
Che sollievo, niente più terrore per strani avvenimenti e ansia per la sorte dei protagonisti. Manco per il ca Ne vedrete delle belle anche là, invece.

Non aggiungo altro, se vi piace la fantascienza e l’horror e cercate un bella lettura per l’estate, andate e comprate.

Vi avviso però, il terzo libro – Accettazione – esce a settembre. 
Io l’ho scoperto di notte, subito dopo aver finito il secondo. 

Sto ancora piangendo per la lunga attesa.

La copertina così come la trovate in libreria

venerdì 24 luglio 2015

Dragonero, fantasy italiano.

Copertina Dragonero n°1
La cover del primo numero

La serie a fumetti Dragonero ha una storia interessante: inizialmente esce come un romanzo a fumetti (ottima collana Bonelli, con alcune storie davvero eccezionali) e il grande successo di pubblico fa esaurire le copie in edicola, in fumetteria e in redazione. 
Insomma, tutti lo vogliono, tutti lo cercano.

Passano gli anni, il fantasy continua a racimolare consensi anche al di là della cerchia di quelli che sanno parlare correntemente l’elfico e la Bonelli annuncia l’uscita della serie regolare (mensile!) di Dragonero.

La storia comincia là dove si era interrotta nel romanzo, senza però renderne necessaria la lettura. Il passato di Ian, i poteri acquisiti, i suoi compagni d’avventura e tutto il resto vengono svelati poco a poco nel corso dei mesi, intrecciandoli con nuove storie.
Il mondo di Dragonero rispecchia i canoni del fantasy classico (o alla Tolkien, che dir si voglia): elfi, orchi, umani, maghi – i nani ancora non li ho visti – a cui vengono aggiunti le caste dei tecnocrati (con armi e strumenti che farebbero impazzire ogni cosplayer steampunk), alcuni esseri al di là della barriera (il primo che parla di Martin vada a rileggersi la storia dell’impero romano, per piacere) e mostri assortiti.

Quali sono gli elementi di successo di questa serie?

Secondo me sono quattro:
La varietà dei temi trattati e, di conseguenza, dei generi affrontati: intrighi politici, mostri assetati di sangue, avventure bucoliche, racconti di viaggio. Ce n’è per tutti i gusti.

I dialoghi, sempre ben scritti e caratterizzanti per i personaggi della serie (complimenti agli sceneggiatori Vietti ed Enoch – entrambi garanzia di qualità).

Una sottile linea di continuity che prosegue in sottofondo (dite quello che volete ma la continuity, per me, che si tratti di un fumetto o di una serie tv è fondamentale).

I disegni: dinamici, realistici quanto basta, evocativi… (e complimenti pure ai disegnatori, quindi. Su questa serie ho scoperto Walter Trono – tra gli altri – e me ne sono innamorato).

Non per niente è una delle migliori testate Bonelli, in termini economici (settima nella top ten pubblicata qui, per essere precisi).

Nessuna critica, quindi?
E vabbuò potevo mai riprendere in mano il blog parlando male di qualcuno?

Frequenza

L’avevo detto che non sarei stato costante, ma qui si esagera.

Dopo tre mesi senza scrivere una riga, mi sembra di avere di fronte a un amico che non senti da una vita e che ti chiede come mai sei scomparso.

Ecco, invece di articolare una risposta che suonerebbe finta, affido questo duro incarico a chi ci è riuscito molto meglio di me. 
(Beh, almeno si è evitato una mitragliata in faccia)




Tutto questo per dire che volevo chiamarti ma ho cambiato il cellulare tra un po’ si torna a scrivere.